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La passione per il canto "a braccio" |
Il canto a braccio è un
aspetto tipico della società contadina. La vita contadina, specialmente
quella vissuta tra le montagne d'Abruzzo dove Borbona si trova, pur essendo
spesso segnata da stenti e sacrifici non mancava di momenti lieti, celebrati
dai poeti a braccio in ottava rima nelle aie, nelle osterie, nelle feste.
Predominava il genere satirico, ma non mancava quello serio. I temi erano
svariati: religioso, familiare, amoroso, burlesco, sociale, di cronaca e di
politica, la natura; per non parlare delle guerre che hanno insanguinato
l'Italia in passato. Per rendere più divertenti le tenzoni poetiche i temi venivano trattati, come suol dirsi, a contrasto: suocera-nuora, padre-figlio, montagna-pianura, mare-cielo, prete-contadino, pastore-impiegato, quiete-tempesta, ecc. Non mancavano i temi epici e altri. Nel tascapane dei pastori forse qualche volta poteva mancare il pane, ma non certo i libri poetici (Tasso, Ariosto, Pulci, Dante, Omero ed altri). L'ottava rima incatenata era la tecnica più usata. La bravura del poeta, il cui scopo era quello di mettere in difficoltà l'avversario suscitando l'ilarità degli astanti, consisteva nel chiudere l'ottava con una rima molto difficile: chi seguiva oltre a rispettare il tema, doveva iniziare con un verso che aveva la stessa rima, appunto per incatenare l'ottava.
A Borbona il periodo più fiorente del canto a braccio è stato quello che va dal 1850 al 1950. L'estinzione della società contadina ha segnato anche la fine di quella tradizione.
Nella
tradizione poetica borbontina possiamo, a buon diritto, annoverare anche l'illustre concittadino Niccolò da Borbona che visse a L'Aquila, tra il 1300 e il 1400, dove, oltre ad una cronaca aquilana dal 1363 al 1424, scrisse alcune poesie tra cui un'ode per la morte di S. Bernardino da Siena avvenuta a L'Aquila nel 1444. Più vicino a noi, Giovanni Vittorio Mancini (1680/1723) di Vallemare (frazione di Borbona), che ricordiamo per lo "Stabat Mater" riscritto in italiano con un sonetto per ogni strofa dell'originale. Successivamente abbiamo Giosuè Cerasoli (nato nel 1856) e i figli Pietro e Adeodato, Giuseppe Giorgi (1876/1944), Sabatino Circi (1876/1952) con i figli , Federico, Terzino e Torquato, Severino Lopez (1906/1993) e Antonio Anzidei (1883/1977). E nei giorni nostri alcuni figli d'arte: Carlo Cerasoli, figlio di Pietro e Achille Anzidei figlio di Antonio. A Vallemare, oltre il già citato G. V. Mancini, abbiamo Serafino Pinzari (1840/1910) e Angelo Mancini (1925/1987). Questi poeti, autodidatti con scarsissimi studi ma con una gran voglia di imparare, nelle lunghe serate invernali vicino al camino hanno letto molto imparando a memoria i vari brani poetici. Si racconta che avevano sempre pronta una risposta in rima in ogni occasione. Sabatino Circi (1876 /1952) è stato quello che ha lasciato un ricordo ancora vivo. Negli anni '80 i figli, Federico e Terzino, insieme a Severino Lopez, pubblicarono con il patrocinio della Pro-Loco di Borbona una raccolta delle sue poesie. In quella occasione, nel 1986, raccogliendo l'invito di Severino Lopez, espresso con l'ottava che segue, nacque un concorso di poesia a lui intitolato che si tiene ogni anno a fine settembre.
In continuo il pensiero mi tormenta Per i versi del poeta Sabatino, che col passar degli anni vada spenta la fama di un poeta borbontino. Con questo chiedo a noi che s'argomenta, coi versi del suo allievo Severino, una raccolta. Questa al cuor mi è grata, ai posteri in perpetuo tramandata. (Severino Lopez)
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